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1992 - Billiteri
1982 - Più e il suo gioco
Sono cresciuto con Topolino, Il Giornalino e il Corriere dei Piccoli, tre pubblicazioni che hanno accompagnato la mia infanzia e il mio amore per il fumetto. Poi, nei primi anni Ottanta, conobbi il Leone Turbo, la mascotte di Più e il suo gioco, la rivista pubblicata da Editoriale Domus.
Ricordo ancora quella scoperta. Oltre al giornalino, infatti, c’era un gioco allegato che mi colpì particolarmente perché, per essere un semplice gadget, era davvero ben fatto: un’elica volante. Ma ciò che mi incuriosì maggiormente fu una trovata editoriale che oggi ricordo con particolare affetto: nella rivista compariva una storia a fumetti con protagonista Turbo, e nella stessa storia era inserito proprio il gadget allegato al giornale.
Era un’idea semplice, ma geniale. Il gioco non era soltanto un oggetto da utilizzare dopo aver letto il giornalino: entrava direttamente nel fumetto e diventava parte della storia. In questo modo il lettore veniva coinvolto in un piccolo gioco di immedesimazione: prima leggeva l’avventura di Turbo, poi poteva utilizzare nella realtà l’oggetto che aveva appena visto protagonista sulle pagine.
Per un bambino degli anni Ottanta era una formula irresistibile. Il confine tra fumetto, gioco e realtà diventava sottilissimo, e forse è proprio per questo che, a distanza di tanti anni, il ricordo di quell’elica volante e del Leone Turbo è rimasto così vivido.
C’erano giornalini che si compravano per leggere le storie, altri per i fumetti, altri ancora per trovare le barzellette, i giochi e i personaggi preferiti della televisione. Poi c’era Più e il suo gioco, una pubblicazione che negli anni Ottanta riuscì a mettere insieme tutto questo e ad aggiungere un ingrediente capace di fare la differenza: ogni settimana, insieme alla rivista, arrivava un gadget. Era questa la formula sulla quale Editoriale Domus, casa editrice conosciuta soprattutto per testate come Quattroruote e Domus, costruì una delle esperienze editoriali più curiose e rappresentative dell’infanzia italiana degli anni Ottanta. Più e il suo gioco debuttò nel 1982 e rimase in edicola per circa sei anni, fino alla trasformazione nella fase finale di Maxi Più, arrivando, secondo le più accurate catalogazioni collezionistiche, a circa 288 uscite complessive. Un percorso sorprendentemente lungo e ricco, soprattutto considerando la formula estremamente legata alla moda, alla televisione e ai giocattoli di quel periodo.
Il segreto di Più era racchiuso già nel titolo. Il giornale non proponeva soltanto fumetti e letture, ma prometteva anche un gioco concreto, qualcosa da tenere tra le mani, utilizzare, montare o collezionare. I gadget rappresentavano quindi una parte essenziale della pubblicazione e contribuirono in maniera decisiva al suo successo. Nel corso degli anni arrivarono nelle case dei giovani lettori oggetti di ogni genere: matite, astucci, temperini, serpentelli snodabili, frecce, cubi magici, giochi dello Shangai, carambolini, mascherine, bussole, eliche, fischietti, prismi magici, carte, trottole, boomerang, aquiloni, portachiavi, giochi degli anelli, microscopi giocattolo e moltissime altre piccole invenzioni. Alcuni erano semplicissimi, altri avevano un aspetto sorprendentemente sofisticato per un gadget allegato a un settimanale. Il meccanismo psicologico era semplice e geniale: il bambino desiderava il giocattolo e, per averlo, acquistava il giornale, scoprendo poi all’interno fumetti, rubriche, giochi, personaggi e notizie sul mondo della televisione.
A fare da padrone di casa c’era il Leone Turbo, mascotte della rivista, personaggio che accompagnava i lettori nelle pagine e nelle presentazioni dei giochi. Turbo rappresentava graficamente l’identità di Più, ma non era certamente l’unico protagonista di una testata che nel corso degli anni ospitò un numero impressionante di personaggi e serie differenti. Uno dei nomi che più facilmente tornano alla memoria degli appassionati è quello di Carlo Peroni, autore amatissimo del fumetto umoristico italiano, che collaborò con la Domus a partire dal 1984. La sua presenza lasciò un segno particolare nella rivista grazie a personaggi come Gipsy e soprattutto Slurp, creatura verde dalla lingua lunghissima proveniente dalla fantomatica Slurponia. Slurp nacque inizialmente proprio sulle pagine di Più come piccolo inserto e conquistò una tale autonomia da ottenere nel 1987 una propria rivista, Slurp!, realizzata interamente da Peroni e dal suo studio. La pubblicazione ebbe una vita breve, appena quattordici numeri, dal giugno 1987 all’agosto 1988, ma rappresenta ancora oggi una delle esperienze più eccentriche e curiose nella storia editoriale di Peroni e della stessa Domus. Intorno a Slurp ruotava una vera e propria famiglia di personaggi dai nomi assurdi e volutamente demenziali, costruiti sul gioco linguistico del termine “slurp”.
Peroni non era però l’unico autore importante transitato sulle pagine di Più. Tra i nomi da ricordare c’è Enzo Marciante, autore dell’Ispettore Bobop e di numerose storie autoconclusive, mentre una presenza particolarmente interessante è quella di Yoshiko Watanabe, disegnatrice giapponese che aveva lavorato anche nell’ambiente di Osamu Tezuka e che in Italia collaborò alla realizzazione di diversi fumetti legati ai personaggi dei cartoni animati. Su Più lavorò, tra l’altro, a storie con protagonisti come Pistillo e a fumetti legati ai Masters of the Universe e a Poochie. La rivista diventava così una sorta di crocevia internazionale del fumetto per ragazzi, capace di affiancare autori italiani a produzioni e personaggi provenienti da altri Paesi.
Il catalogo dei personaggi era vastissimo. Accanto alle produzioni originali comparivano Adalberto & C., Capitan Apache, Capitan Maretta, l’Ispettore Bobop, Pistillo, Tappo e Balestra, Gatto Igor, Gipsy, Big Bongo, Tony Express, Tom Tom, Jummy, Power Rods, Magicamion, Pepito, Nembo Gat e molti altri. La caratteristica fondamentale era però la capacità della rivista di intercettare i personaggi che in quel momento stavano conquistando i bambini davanti alla televisione. Gli anni Ottanta erano infatti l’epoca dell’esplosione dei cartoni animati sulle televisioni private e Più seppe trasformare questo fenomeno in materia editoriale. Arrivarono così i Masters of the Universe, Transformers, Isidoro, Mister T, Iridella, Gli Orsetti del Cuore, I Predatori del tempo, Mademoiselle Anne, Ghostbusters e numerosi altri protagonisti della cultura popolare infantile di quegli anni.
Le pagine della rivista non erano però occupate soltanto dai fumetti. C’erano la posta dei lettori, i giochi, l’enigmistica, le barzellette, l’oroscopo, i disegni inviati dai bambini, concorsi, articoli sui cartoni animati, servizi sui personaggi televisivi e rubriche di ogni genere. Un ruolo importante lo ebbero anche i poster, spesso dedicati ai personaggi più popolari del momento. I giovani lettori potevano così trovare immagini di Tom & Jerry, Candy Candy, i Puffi, Carletto il principe dei mostri, Masters of the Universe, Pollon, Willy Fog, Isidoro, Iridella, Hazzard e tanti altri protagonisti della televisione e del fumetto.
In alcuni periodi la Domus cercò inoltre di sfruttare il grande patrimonio editoriale accumulato attraverso formule come Doppio Più e Più Tris, ristampe che permettevano ai lettori di recuperare materiale già pubblicato. Era un sistema tipico dell’editoria popolare dell’epoca, quando una rivista di successo poteva essere riproposta in molte forme differenti per raggiungere nuovi lettori e mantenere viva l’attenzione sul marchio.
La storia di Più si concluse nella seconda metà degli anni Ottanta, quando la rivista entrò nella fase di Maxi Più. Il panorama nel quale era nata era ormai profondamente cambiato. La televisione commerciale stava attraversando una trasformazione rapidissima, cambiavano i circuiti di diffusione dei programmi, cambiavano i gusti del pubblico e diventava sempre più difficile mantenere una formula costruita sull’intreccio fra giornalino, cartone animato, giocattolo e televisione. Dopo circa sei anni di vita, Più uscì definitivamente di scena, lasciando però dietro di sé una produzione enorme e una quantità impressionante di gadget, fumetti e materiali oggi molto ricercati dai collezionisti.
La vicenda di Più e il suo gioco è interessante proprio perché racconta perfettamente un’epoca nella quale il fumetto non viveva più soltanto sulla carta. Il bambino degli anni Ottanta incontrava lo stesso personaggio in televisione, sul giornalino, sul poster, nel giocattolo e nella pubblicità. Più riuscì a mettere tutto questo dentro un’unica confezione, trasformando il settimanale in una piccola macchina dell’immaginario infantile. Per questo oggi sfogliare uno dei suoi numeri significa ritrovare non soltanto fumetti e disegni, ma un intero mondo fatto di televisione, giocattoli, concorsi, gadget, colori e personaggi. E in mezzo a quel mondo spicca certamente Carlo Peroni, con il suo segno inconfondibile e con l’invenzione di Slurp, forse la testimonianza più originale del rapporto tra il grande umorista italiano e una casa editrice apparentemente lontanissima dal fumetto come Editoriale Domus. Più durò relativamente poco rispetto ai grandi classici dell’editoria per ragazzi, ma nei suoi circa sei anni di vita riuscì a fotografare come poche altre pubblicazioni l’immaginario di un’intera generazione, quando per un bambino comprare un giornalino poteva ancora significare tornare a casa con un nuovo fumetto, un nuovo personaggio e soprattutto un piccolo giocattolo stretto tra le mani.
( fonti Antro atomico del dottor manhattan e wikipedia)
1975 - Tutti da Fulvia Sabato sera
Quando incontrai Fulvia per la prima volta, non capivo chi fosse, cosa volesse dire né cosa volesse da me. Proprio non riuscivo a decifrarla.
Ero piccolo: amavo Jacovitti e leggevo gli Oscar Mondadori dedicati ai fumetti con Snoopy e B.C., ma Fulvia restava un mistero. La vedevo sulle pagine del Corriere della Sera o de la Repubblica; mi piaceva il supplemento Satyricon, eppure lei continuavo a non comprenderla.
Poi, crescendo e frequentando certi ambienti post-universitari saturi di ego, spocchiosi e pervasi dalla pretesa di essere onniscienti e onnipresenti, mi tornò in mente quella striscia che non avevo capito da bambino. Avevo iniziato a conoscere persone vuote e saccenti che, con il loro abbigliamento e il loro modo di fare, ostentavano un atteggiamento radical chic: è stato allora che ho rincontrato Fulvia.
E finalmente l'ho capita.
Ci sono libri che fanno ridere e libri che raccontano un'epoca. "Tutti da Fulvia sabato sera", scritto da Emanuele Pirella e illustrato da Tullio Pericoli, appartiene a entrambe le categorie. Dietro il tono leggero delle vignette e dei dialoghi si nasconde infatti uno dei più acuti ritratti della borghesia intellettuale italiana degli anni Settanta e Ottanta, un'opera capace di fotografare con ironia un mondo fatto di salotti, dibattiti interminabili, mode culturali e personaggi convinti di possedere sempre la verità.
La serie nacque nella seconda metà degli anni Settanta sulle pagine del Corriere della Sera, dove Pirella e Pericoli iniziarono a pubblicare brevi episodi ambientati nel salotto di una misteriosa padrona di casa: Fulvia. Negli anni successivi il ciclo proseguì anche su la Repubblica, diventando uno degli appuntamenti più apprezzati della satira italiana. (Wikipedia)
Fulvia, in realtà, è quasi un pretesto narrativo. Più che una protagonista è il centro di gravità attorno al quale ruota un'umanità variopinta. Ogni sabato sera il suo appartamento si riempie di scrittori, giornalisti, registi, professori universitari, architetti, critici d'arte, politici, intellettuali, aspiranti intellettuali e artisti alla moda. Tutti parlano, tutti pontificano, tutti cercano di apparire più intelligenti degli altri. Nessuno ascolta veramente chi ha di fronte.
È una satira feroce ma mai volgare. Pirella non prende di mira le idee politiche, bensì il conformismo culturale. Bersaglio delle sue battute sono gli slogan ripetuti senza riflettere, il linguaggio volutamente incomprensibile, il bisogno di citare filosofi e scrittori per sembrare profondi, il narcisismo della sinistra borghese e quella figura destinata a diventare proverbiale: il radical chic, colto soltanto in apparenza, impegnato più nell'apparire che nell'essere.
I disegni di Tullio Pericoli sono il complemento perfetto ai testi. Bastano pochi tratti di penna per caratterizzare un personaggio: un naso pronunciato, una postura affettata, uno sguardo di superiorità o un sorriso compiaciuto. Le figure sembrano caricature di persone reali senza esserlo esplicitamente, diventando archetipi di un'intera classe sociale.
La prima raccolta in volume arrivò nel 1978 con Bompiani, nella collana dei Tascabili Bompiani, con il titolo "Tutti da Fulvia sabato sera". Si trattava di un'edizione in formato economico che raccoglieva le prime vignette pubblicate sul Corriere della Sera. (Wikipedia)
Nel 1987 fu pubblicata da Garzanti una nuova edizione, intitolata semplicemente "Tutti da Fulvia". Non era una semplice ristampa, ma un volume più elegante e di formato maggiore, che ampliava sensibilmente la raccolta includendo anche il materiale apparso negli anni successivi su la Repubblica. È questa l'edizione oggi più ricercata dai collezionisti perché rappresenta la sintesi più completa dell'opera. (Wikipedia)
Nella presentazione del volume Garzanti, Oreste del Buono descrisse con la consueta ironia gli ospiti di Fulvia come «quelli che contano, quelli che credono di contare, quelli che non contano ma fanno finta di contare e quelli che forse hanno contato». Una definizione perfetta, che coglie il senso dell'intera opera: un teatro dell'ego dove il prestigio sociale conta più delle idee e dove la conversazione diventa una gara permanente di esibizionismo culturale.
Ma perché "Tutti da Fulvia" è finito?
La risposta è semplice: perché è scomparso il mondo che raccontava. Negli anni Settanta e Ottanta il salotto borghese era un luogo reale. Scrittori, giornalisti, editori, politici e artisti si incontravano davvero nelle case private per discutere di letteratura, cinema, politica e costume. Era un rito sociale, un laboratorio culturale e, allo stesso tempo, un palcoscenico dove molti recitavano la parte dell'intellettuale impegnato.
Quel mondo oggi non esiste più. La televisione prima e Internet poi hanno svuotato i salotti della loro centralità. Le discussioni non si svolgono più nei soggiorni eleganti dei quartieri bene, ma sui social network, nei talk show, nei podcast e nelle piattaforme digitali.
Eppure il meccanismo raccontato da Pirella è rimasto identico.
Sono cambiati gli strumenti, non le persone. I "falliti saccenti", gli opinionisti improvvisati, gli esperti di tutto, gli intellettuali da salotto e i moralisti permanenti non sono scomparsi: hanno semplicemente sostituito il divano di Fulvia con Facebook, X, Instagram, YouTube o LinkedIn. Il bisogno di mostrarsi colti, di esprimere opinioni su qualsiasi argomento e di ottenere approvazione pubblica è rimasto immutato; è cambiato soltanto il luogo della ra
ppresentazione.
Per questo motivo "Tutti da Fulvia sabato sera" conserva ancora oggi una sorprendente attualità. La satira di Pirella e Pericoli non era diretta contro una generazione, ma contro un atteggiamento umano destinato a ripresentarsi in ogni epoca: l'ostentazione della cultura come forma di prestigio sociale.
A quasi cinquant'anni dalla sua nascita, quest'opera resta una delle testimonianze più intelligenti della satira italiana del secondo Novecento. Non soltanto perché fa sorridere, ma perché racconta con lucidità la trasformazione della società italiana, mostrando come certi ambienti, certi tic e certe vanità non siano mai davvero scomparsi. Hanno soltanto cambiato indirizzo. Il salotto di Fulvia ha chiuso le porte, ma continua a vivere ogni giorno sugli schermi dei nostri smartphone.
Prima di Gomorra: Luisa Salerno, il legal thriller che anticipò il crime napoletano
Prima che il legal thriller diventasse una formula televisiva di successo e molto prima che il crime partenopeo conquistasse il grande pubblico attraverso serie come Gomorra o Mare Fuori, il fumetto italiano aveva già esplorato quei territori narrativi con sorprendente anticipo. Tra le pagine di due riviste oggi entrate nella leggenda del fumetto italiano, Torpedo e Intrepido, nacque infatti uno dei personaggi più interessanti e sottovalutati degli anni Novanta: Luisa Salerno.
Creata dagli sceneggiatori Stefano Santarelli e Paolo Aleandri, Luisa Salerno rappresentò un'autentica novità nel panorama fumettistico italiano. Non soltanto perché proponeva un impianto narrativo vicino al legal thriller, genere allora praticamente inesplorato nel fumetto nazionale, ma soprattutto perché sceglieva come teatro delle proprie vicende una Napoli lontana dagli stereotipi folkloristici e raccontata attraverso le sue contraddizioni sociali, la criminalità diffusa e il disagio urbano.
L'esordio avvenne sulle pagine di Torpedo, la rivista dell'Acme gestita da Francesco Coniglio e Dal Prà con Federico Giromini alla direzione editoriale. Quando la testata cessò le pubblicazioni, il personaggio trovò immediatamente una nuova casa nell'Intrepido diretto da Sauro Pennacchioli, durante quella straordinaria stagione editoriale che trasformò lo storico settimanale della Casa Editrice Universo in un laboratorio di fumetto adulto e d'autore.
I primi due episodi furono illustrati da un giovane Mauro Laurenti, autore che di lì a poco avrebbe intrapreso una brillante carriera alla Sergio Bonelli Editore. Il suo tratto, impreziosito da un sapiente utilizzo delle retinature manuali, contribuiva a costruire un'atmosfera cupa e metropolitana perfettamente in sintonia con i testi.
Il passaggio all'Intrepido comportò però un cambiamento importante: il colore.
Se da una parte la nuova collocazione garantiva maggiore visibilità alla serie, dall'altra le colorazioni redazionali dell'epoca non sempre risultavano adeguate alle atmosfere noir delle storie. Erano gli anni in cui le prime elaborazioni digitali realizzate con programmi come CorelDRAW venivano considerate una sorta di rivoluzione tecnologica e spesso i coloristi si lasciavano prendere la mano da sfumature e effetti che finivano per snaturare l'impatto drammatico delle tavole. Non era raro vedere la stessa Luisa cambiare colore di capelli da un episodio all'altro, passando da bruna a bionda senza apparente motivo.
Fortunatamente, la qualità della scrittura rimase immutata.
Luisa è un'avvocata penalista che esercita a Napoli insieme alla sua inseparabile collaboratrice Ciccia, amica fidata, assistente e all'occorrenza autentica guardia del corpo.
Il loro rapporto costituisce uno degli elementi più riusciti della serie, offrendo momenti di umanità e solidarietà in un contesto narrativo spesso durissimo.
Le vicende affrontano temi estremamente avanzati per il fumetto popolare italiano dei primi anni Novanta: violenza sulle donne, prostituzione, identità transgender, criminalità organizzata, disagio giovanile, emarginazione sociale e fallimenti della giustizia.
Ma la vera protagonista delle storie è spesso Napoli stessa.Una Napoli raccontata quasi ai margini sociali della città stessa eppure protagonista. Le avventure di Luisa Salerno, per questo, mi hanno ricordato un poco quelle di Zampino del maestro Ferrandino
Una città raccontata senza retorica, viva, pulsante e profondamente contraddittoria. Leggendo queste pagine è difficile non pensare alle atmosfere della narrativa noir di Giuseppe Ferrandino o alla successiva esperienza della rivista Nero, pubblicazione straordinaria ma probabilmente troppo sofisticata per il pubblico popolare dell'epoca.
Ancora oggi mi domando come tre autori romani come Santarelli, Aleandri e Laurenti siano riusciti a cogliere con tanta precisione l'anima sociale della Napoli di quegli anni. È una domanda che spero un giorno di poter rivolgere direttamente ai protagonisti di questa stagione irripetibile.
La forza di Luisa Salerno risiede soprattutto nella sua umanità.
Non è un'eroina invincibile e non è una vincente nel senso tradizionale del termine. Riesce spesso a risolvere i casi, ma quasi mai a cambiare davvero la realtà che la circonda.
Le sue vittorie sono parziali, spesso amare. Ogni indagine lascia ferite profonde e la costringe a confrontarsi con una macchina criminale e sociale immensamente più grande di lei.
Eppure continua a lottare.
Crede nella giustizia, nella legalità e nella possibilità di migliorare il mondo che la circonda, pur sapendo quanto sia difficile riuscirci. È proprio questa ostinazione a renderla uno dei personaggi femminili più autentici e moderni prodotti dal fumetto italiano di quegli anni.
Gli episodi della serie
1. Luisa Salerno (episodio pilota)
Pubblicazione: Intrepido n. 4 (ristampa da Torpedo)
Sceneggiatura: Stefano Santarelli
Disegni: Mauro Laurenti
L'episodio introduce il personaggio e le atmosfere della serie. Luisa dovrà indagare su un padre che abusa delle figlie portando alla morte una di loro.
Curiosa la censura operata dall'Intrepido rispetto alla versione originale pubblicata su Torpedo: in una vignetta Ciccia accarezzava un cane nelle parti basse per tranquillizzarlo; nella ristampa la redazione intervenne spostando graficamente la mano sul dorso dell'animale.
2. Ragazzi fuori
Pubblicazione: Intrepido n. 13
Sceneggiatura: Stefano Santarelli e Paolo Aleandri
Disegni: Mauro Laurenti
Luisa si trova coinvolta nella morte del figlio di un amico, finito
inconsapevolmente contro un'organizzazione criminale più grande di lui.
rristiche.
3. Uomini e topi
Pubblicazione: Intrepido n. 11
Sceneggiatura: Stefano Santarelli
Disegni: Mauro Salvatori
Una delle storie più dure della serie. L'omicidio di una prostituta si intreccia con la crudeltà di un gruppo di ragazzi che uccidono un topo. Un efficace gioco simbolico basato sul doppio significato della parola napoletana "zoccola".
4. Santa
Pubblicazione: Intrepido n. 12
Sceneggiatura: Stefano Santarelli
Disegni: Franco Benedetti
Una madre si affida a Luisa per ottenere giustizia dopo l'assassinio del figlio. L'attesa e la sfiducia verso le istituzioni la porteranno però a scegliere la strada della vendetta personale.
5. Linea calda
Pubblicazione: Intrepido n. 14
Sceneggiatura: Stefano Santarelli
Disegni: Franco Benedetti
Un episodio dai toni più leggeri ma non privo di malinconia. Un uomo che sembra interessato a Luisa si rivela essere un gigolò assoldato da Ciccia per restituire un po' di serenità all'amica.
6. O' Nero
Pubblicazione: Intrepido n. 16
Sceneggiatura: Paolo Aleandri
Disegni: Rossano Rossi
Probabilmente il vertice qualitativo della serie. Una ragazza transgender viene assassinata e il padre decide di vendicarne la morte. Alcune atmosfere ricordano il miglior noir italiano e, per certi aspetti, il capolavoro di Giorgio Scerbanenco I milanesi ammazzano al sabato.
Qui emerge tutta la sensibilità sociale di Aleandri, autore capace di affrontare temi delicati con grande equilibrio e profonda umanità.
7. Stupro
Pubblicazione: Intrepido n. 18
Sceneggiatura: Stefano Santarelli c
Disegni: Mauro Salvatori
L'episodio più duro e sconvolgente dell'intera serie. Una donna vittima di violenza sessuale non riesce a sostenere il peso mediatico della vicenda e si toglie la vita prima della conclusione del processo. La giustizia ufficiale fallisce, ma una diversa e brutale forma di punizione arriverà attraverso Don Peppe, boss d'altri tempi già apparso in O' Nero.
È sorprendente che una serie di tale qualità non sia mai stata ristampata integralmente.
La Casa Editrice Universo recuperò infatti altri personaggi nati durante la gestione Pennacchioli, come Sprayliz e Billiteri, mentre Luisa Salerno è rimasta confinata alle vecchie pagine dell'Intrepido e ai ricordi dei lettori che ebbero la fortuna di scoprirla all'epoca.
Forse esistono problemi legati ai diritti. Forse la presenza di numerosi disegnatori rende più complessa una ristampa organica. Qualunque sia la ragione, il risultato è che uno dei fumetti italiani più innovativi degli anni Novanta continua a essere sostanzialmente irreperibile.
Oggi circola soltanto un fanbook non autorizzato che raccoglie i primi episodi e che sul mercato collezionistico raggiunge quotazioni piuttosto elevate.
È un vero peccato, perché Luisa Salerno meriterebbe di essere riscoperta dalle nuove generazioni. Non soltanto per il valore delle sue storie, ma perché ha anticipato di oltre vent'anni molti temi e molte atmosfere che sarebbero diventati centrali nel racconto del crime italiano contemporaneo.
In attesa che qualche editore coraggioso decida finalmente di restituirla ai lettori, resta il fascino di una serie che aveva capito prima di tutti che Napoli, con le sue ferite e le sue contraddizioni, sarebbe diventata una delle grandi protagoniste della narrativa italiana moderna.
Nel prossimo appuntamento della Bibliofumettoteca parleremo di un altro personaggio simbolo dell'ultima e irripetibile stagione dell'Intrepido di Sauro Pennacchioli: il memorabile Billiteri, creato da Giuseppe Di nardo e Bruno Brindisi
1994 -Timoty Titan
1992 - Tornando a casa e Storie nere
Blackbird: noir, fantascienza e ironia nella mia biblioteca
Per quei pochi — ma affezionati — che seguono i miei articoli, sarà ormai chiaro che la mia formazione come appassionato di fumetti nasce nei primi anni ’90 grazie all’esperienza della ACME Edizioni di Francesco Coniglio.
È lì che ho capito che il fumetto non era soltanto Topolino, ma un universo molto più vasto, fatto di autori italiani e stranieri, storie adulte e linguaggi spesso fuori dagli schemi.
In quegli anni un ruolo fondamentale lo ebbero le riviste contenitore: vere palestre di lettura, dove si potevano incontrare autori diversi e opere che difficilmente trovavano spazio altrove. In questo contesto si inserivano anche pubblicazioni come Terrific, Horror, Torpedo e Neroche contribuivano ad ampliare ulteriormente l’orizzonte.
Sulla stessa scia nasceva Blackbird, collana pubblicata proprio dalla ACME Edizioni nel 1992: una serie di albi brossurati che puntavano dritto al noir internazionale, con una forte presenza di autori argentini e spagnoli. Solo otto numeri, ma tutti estremamente significativi.
All’interno della collana trovavano spazio opere importanti come Alack Sinner, Senza parole, ma anche titoli come Alexis, L’uomo di musica e Hostess, esempi perfetti di una linea editoriale che mescolava noir, introspezione e una certa durezza tipica della scuola sudamericana e spagnola.
Non possiedo la serie completa — anche perché nel tempo parte di questo materiale è stata riproposta da altri editori — ma continuo a considerare Blackbird una collana fondamentale per chi ha vissuto quella stagione.
Oggi voglio soffermarmi su due numeri in particolare: il 4 e il 6, dedicati a due grandi maestri del fumetto spagnolo, Enrique Sánchez Abulí e Jordi Bernet, noti anche per aver dato vita al celebre Torpedo.
Il numero 4, Ritorno a casa, è una piccola anomalia affascinante: un’incursione nella fantascienza raccontata però con il loro stile inconfondibile — ironico, sensuale, grottesco. Rimane impressa la storia del pianeta-carcere popolato da detenuti, sconvolto dall’arrivo di una navicella piena di donne che si riveleranno essere aliene. Un racconto divertente e avventuroso, ma sempre attraversato da quella vena nera che non abbandona mai gli autori.
Il numero 6 raccoglie invece alcune delle loro celebri storie nere: brevi racconti che sono veri e propri gioielli di noir grottesco. Episodi che fanno sorridere per il loro cinismo, ma che allo stesso tempo lasciano addosso un senso di amarezza, quando non di autentico disagio. È proprio questa ambivalenza a rendere il loro lavoro così potente.
Purtroppo, come già detto, le edizioni non sono complete, però danno sempre quel senso bellissimo di nostalgia. Oggi questi libri si trovano a un buon prezzo: sulla “baia”, sui siti dell’usato o nei mercatini. Qualcuno prova a venderli anche a cifre più alte, ma secondo me si trovano tranquillamente intorno ai cinque, massimo dieci euro. Di più non consiglio, perché sono volumi che si reperiscono ancora abbastanza facilmente in giro
1991 - Mostri & Company
Mostri & Company: tre piccoli tesori horror della stagione ACME
Come ho già raccontato più volte nei miei post dedicati alla mia formazione di lettore, una parte fondamentale del mio percorso fumettistico nasce negli anni dell’adolescenza, quando scoprii il mondo pubblicato dalla casa editrice ACME e dalle pagine dell’Intrepido diretto daSairo Pennacchioli. Avevo sedici anni e improvvisamente si aprì davanti a me un universo completamente diverso da quello che avevo conosciuto fino a quel momento. Un mondo che andava oltre l’orrore romantico e malinconico di Dylan Dog e, prima ancora, oltre i fumetti della mia infanzia come Topolino. Era un fumetto più adulto, spesso disturbante, provocatorio, capace di raccontare non soltanto mostri e creature fantastiche, ma anche le ombre più profonde dell’animo umano. Nel 1989 la ACME lanciò una delle riviste più discusse e amate di quel periodo, Splatter, un magazine horror che divenne rapidamente un punto di riferimento per una nuova generazione di autori italiani. Accanto a Splatter nacque anche la rivista gemella Mostri. Se la prima puntava su un orrore più viscerale e sanguigno, Mostri si muoveva su un terreno leggermente diverso, quello delle mostruosità interiori e sociali: non soltanto alieni o creature deformi, ma anche i mostri nascosti nella mente e nelle contraddizioni della società. Gli autori erano spesso gli stessi e anche il formato restava quello del magazine ACME, che in quegli anni rappresentava un laboratorio creativo straordinariamente fertile. Nel 1991, come già era accaduto per Splatter con alcuni volumi antologici, anche Mostri vide raccolte alcune delle sue storie più significative in tre albi brossurati da edicola riuniti sotto il titolo Mostri & Company. A differenza dei volumi dedicati a Splatter, però, la collana si apriva con una scelta editoriale sorprendente: un volume completamente inedito. Il primo numero era infatti Jack lo Squartatore, firmato da due grandi maestri del fumetto spagnolo, Antonio Segura e José Ortiz. In quegli anni la ACME stava valorizzando molto il fumetto spagnolo adulto, già noto ai lettori italiani anche attraverso opere come Torpedo. Con questo volume l’editore regalò ai lettori italiani una storia intensa e macabra dedicata alla figura leggendaria di Jack the Ripper. Segura e Ortiz costruiscono una narrazione cupa e ironica allo stesso tempo, capace di muoversi tra storia e leggenda con grande efficacia narrativa. Il secondo volume della collana è invece dedicato a Trash, serie nata proprio sulle pagine di Mostri. Gli autori sono Vincenzo Perrone e Roberto De Angelis. Perrone, psicologo di professione, costruisce racconti in cui i veri mostri sono quelli che emergono dall’immondizia morale e sociale dell’umanità. Come suggerisce il titolo stesso, Trash ci porta nei bassifondi della società, tra emarginati, esclusi e auto-esclusi, ma non si limita a raccontare soltanto barboni o disperati: spesso i veri mostri sono individui apparentemente rispettabili, uomini in doppiopetto con la ventiquattrore in mano, famiglie ossessionate, persone intrappolate nelle proprie nevrosi. A differenza dell’orrore più estremo di Splatter, queste storie sono attraversate da una sottile ironia amara che rende ancora più tagliente la critica sociale. Il volume è impreziosito dai disegni di Roberto De Angelis, uno dei maggiori esponenti della scuola salernitana e destinato negli anni successivi a diventare una delle colonne della serie Nathan Never. Il terzo e ultimo volume della collana si intitola Fear ed è firmato da Giovanna Morini e Giancarlo Caracuzzo. La figura di Giovanna Morini è stata per molto tempo circondata da un alone di mistero: per anni si è sostenuto che potesse essere uno pseudonimo o addirittura un nome collettivo usato all’interno della redazione ACME. In realtà Morini esisteva davvero e collaborò successivamente anche con Francesco Coniglio in ambito editoriale presso la casa editrice Castelvecchi, prima di allontanarsi dal mondo del fumetto. Il volume raccoglie alcune storie disegnate con grande intensità da Caracuzzo, autore destinato a diventare uno dei principali disegnatori della scuola romana. La storia che dà il titolo al volume racconta la paura come mostro interiore: il ricordo traumatico dell’infanzia che continua a riaffiorare nel corso della vita, cambiando forma ma restando sempre presente. Nel racconto Il segreto di Oscar, invece, il mostro è la solitudine: il protagonista, ignorato dai colleghi d’ufficio, trova l’unico amico possibile in un vampiro che ospita in casa, e alla fine sceglie di diventare vampiro lui stesso pur di non restare più solo. Tematiche che ricordano da vicino certe atmosfere narrative care a Tiziano Sclavi. Un’altra storia particolarmente toccante è quella di Evan Moss, ragazzo malforme tenuto nascosto dai genitori per proteggerlo dalle crudeltà del mondo: quando rimane solo e decide di uscire di casa scopre di essere considerato un mostro, ma incontrando una compagnia di freak da circo capisce finalmente di non essere davvero solo. Guardando oggi questi tre albi non si può fare a meno di pensare che manca un quarto volume. Un albo che avrebbe dovuto raccogliere la splendida storia La signora di Alessandria, pubblicata a puntate su Mostri, scritta da Beppe Ferrandino e disegnata da un giovane Bruno Brindisi prima del suo approdo sulle pagine di Dylan Dog. La casa editrice Book Comics aveva annunciato anni fa un volume che avrebbe dovuto raccogliere questa storia, ma il progetto non è mai arrivato a compimento. Resta così uno dei recuperi editoriali più attesi dagli appassionati. I tre volumi di Mostri & Company rimangono comunque piccoli gioielli dell’editoria horror italiana dei primi anni Novanta e, accostati ai volumi antologici dedicati a Splatter, formano una sorta di sestetto ideale capace di raccontare una stagione irripetibile del fumetto italiano. Tre libri che ancora oggi fanno una splendida figura in qualsiasi biblio-fumettoteca degna di questo nome.
1992 - L'Intrepido di Pennacchioli 11-fine gestione
L’Intrepido di Pennacchioli: quando una rivista popolare diventò un laboratorio del fumetto adulto (Seconda parte)
Tra i primi anni Novanta la storica rivista Intrepido visse una delle sue stagioni più sorprendenti. Sotto la direzione di Sauro Pennacchioli il settimanale si trasformò progressivamente in uno spazio di sperimentazione narrativa dove autori emergenti e maestri affermati diedero vita a storie spesso audaci, a volte crude, quasi sempre in anticipo sui tempi.
Dalle storie drammatiche di La Neve ai racconti urbani della serie KM, dalle sperimentazioni di Luca Enoch alle incursioni di Milo Manara, quella stagione della rivista rappresentò uno dei momenti più interessanti del fumetto popolare italiano. Per molti lettori di quegli anni – me compreso – quelle pagine segnarono il passaggio verso una lettura più adulta e consapevole.
Rileggere oggi quell’esperienza editoriale limitandosi a elencare i numeri della rivista sarebbe riduttivo. Molto più interessante è ricordare le storie e gli autori che hanno lasciato un segno, quelle narrazioni che trasformarono l’Intrepido da semplice settimanale d’avventura in un vero laboratorio creativo. In questa seconda parte del percorso mi soffermo sui racconti pubblicati dalla metà di quella stagione fino alla fase finale della gestione Pennacchioli. Restano volutamente fuori due serie fondamentali della rivista, Luisa Salerno e Billiteri, che meritano un’analisi a parte.
Uno degli esempi più riusciti della varietà narrativa della rivista lo troviamo nel m.10, è rappresentato da I pazzi casi di Clash & Crimson, scritti da Denardo e disegnati da Luigi Siniscalchi con i colori del fratello Eugenio Siniscalchi, raffinato acquarellista. Si tratta di storie costruite con grande ritmo narrativo, caratterizzate da un’ironia leggera ma intelligente. Il segno elegante di Siniscalchi e la colorazione pittorica donano alle tavole una vivacità grafica che accompagna perfettamente la costruzione delle gag e delle situazioni paradossali, offrendo al lettore una pausa ironica rispetto alle atmosfere spesso più cupe della rivista.
Se però c’è un autore che incarna davvero la svolta adulta dell’Intrepido, quello è senza dubbio La Neve. Le sue storie introducono un tono più duro e introspettivo, spesso vicino al noir e al dramma sociale. Tra i racconti più significativi si distingue Rabbia nel cuore, e caratterizzato da una colorazione personale che si discosta dalla tradizionale coloritura redazionale. La storia affronta con toni forti il tema della violenza e della vendetta, costruendo un racconto di revenge cupo e intenso.
Ancora più drammatico è Noi e fiamme, illustrato dal maestro Vilella, una storia costruita su una tensione narrativa crescente che conduce a un finale tragico. Lo stesso autore realizzerà anche La traccia delle Scargoo, racconto inquietante e amaro che lascia nel lettore una sensazione di profondo disagio. Sempre di Vilella è anche la potente storia Fottute cornacchie, destinata successivamente a essere raccolta nei volumi della serie Tre toni di nero.
Tra le storie più emozionanti scritte da La Neve va ricordata anche Compleanno, realizzata con Muratori, un racconto che colpisce per la capacità di raccontare la solitudine e l’insicurezza dell’adolescenza con grande sensibilità. In molti numeri della rivista queste storie intense venivano intervallate dalle tavole umoristiche di Massimo Cavazzali, autore simbolo della grafica pop degli anni Ottanta, il cui umorismo urbano e metropolitano creava un contrasto curioso ma efficace con il tono spesso drammatico delle storie principali. Cavazzali realizzò anche una delle copertine della rivista.
Sempre firmata da La Neve è una delle storie più forti pubblicate su Intrepido: Scomparsa, episodio della serie ESP disegnato ancora da Alberti. Il protagonista è un cane dotato di percezioni extrasensoriali che scopre il corpo della sua giovane padrona, assassinata. Da quel momento prende avvio una vendetta feroce contro i rapitori e gli assassini della bambina. È una storia dura, disturbante e memorabile, che dimostra quanto l’Intrepido fosse ormai lontano dal fumetto per ragazzi delle origini.
Accanto alle serie più strutturate la rivista ospitava anche numerosi episodi autoconclusivi. Tra questi merita di essere ricordata La bandiera, sceneggiata da Paolo Aleandri e disegnata da Mauro Salvatori, ambientata nel mondo degli ultras calcistici e capace di restituire con efficacia il clima e le tensioni di quell’ambiente. Aleandri firmò anche altre storie di grande interesse, dimostrando una notevole capacità nel costruire racconti compatti e ben ritmati.
Molti di questi episodi dimostrano come l’Intrepido stesse cercando di raccontare la realtà sociale italiana con uno sguardo nuovo. Un esempio interessante è la serie KM, ambientata in un grande condominio della periferia romana soprannominato proprio “il KM”. Scritta da De Vincenzo e disegnata da Santarelli e Wallnofer, la serie propone una struttura corale in cui ogni episodio racconta la vita di uno degli abitanti del palazzo. Tra le storie più interessanti si ricordano quella di Anna, incentrata sul problema della droga nelle periferie urbane, e quella di Cinzia, che racconta una difficile storia d’amore nata e cresciuta nello stesso contesto sociale.
In quegli anni la rivista ospitò anche racconti particolarmente coraggiosi per una pubblicazione popolare. È il caso di Butch and Henry, storia di Santarelli e Morales ambientata nell’esercito americano, che affronta apertamente il tema dell’omosessualità tra militari.
Sempre su sceneggiatura di De Nardo troviamo anche Il colpaccio, storia dal sapore fortemente cinematografico che però soffre di una resa grafica non sempre all’altezza, a causa dei disegni di Salvagni che non riescono a rendere pienamente la forza narrativa del racconto.
Un’altra storia significativa è Tonno contro tutti, appartenente alla serie Mara, scritta da La Neve e disegnata da Gramaccioni. È un racconto amaro sulla solitudine e sull’ingenuità di chi si trova improvvisamente a fare i conti con la criminalità organizzata, una storia triste e disillusa che riflette bene il clima di molte narrazioni di quel periodo.
L’Intrepido di Pennacchioli fu anche una palestra per nuovi autori destinati a diventare importanti negli anni successivi. Tra questi spicca Luca Enoch, che proprio sulle pagine della rivista fece comparire il personaggio di Sprayliz. Enoch realizzò anche una storia particolarmente audace, Piotr il coniglio, colorata interamente a pantoni e ambientata in un universo antropomorfo popolato da animali. Il racconto si svolge nel mondo dei set pornografici e dell’industria che ruota attorno a quell’ambiente, una scelta narrativa decisamente insolita per una rivista popolare e ulteriore dimostrazione della libertà creativa concessa agli autori.
In quegli anni l’Intrepido ospitò anche firme già affermate del fumetto italiano. Tra queste spicca Milo Manara, presente con alcune storie provenienti da altre pubblicazioni e riproposte a colori. Una delle più memorabili è Acherontia Atropos, racconto cupo e disturbante che affronta il tema degli snuff movie. Manara realizzò inoltre una splendida copertina inedita per uno dei numeri della rivista.
La libertà creativa della testata si riflette anche in episodi particolari e curiosi, come una storia di Denardo disegnata da Piccinino costruita attorno alla smorfia napoletana, oppure un racconto illustrato da Makio interamente dipinto, che affronta il tema del bullismo con sorprendente anticipo rispetto al dibattito sociale che sarebbe esploso molti anni dopo.
Con l’uscita di scena di Sauro Pennacchioli la rivista iniziò lentamente a perdere la propria identità. Comparvero rubriche sempre più lontane dallo spirito originario della testata, come servizi dedicati a personaggi televisivi, rubriche leggere e perfino una posta curata da Jo Squillo. Accanto a queste novità comparvero recuperi di vecchi fumetti western e materiali eterogenei che finirono per snaturare l’impostazione editoriale costruita negli anni precedenti.
La coerenza narrativa e culturale della rivista si indebolì progressivamente fino al cambio di periodicità, prima da quindicinale a mensile, e poi alla trasformazione in un formato bonelliano in bianco e nero che precedette la chiusura definitiva della storica testata.
Eppure, nonostante questo finale poco glorioso, la stagione dell’Intrepido diretta da Pennacchioli resta una delle esperienze più interessanti del fumetto popolare italiano. In quelle pagine convivevano nuovi autori, sperimentazioni narrative, storie sociali e incursioni di grandi maestri del fumetto. Una rivista imperfetta, forse, ma straordinariamente viva, capace di aprire una finestra su un modo diverso di raccontare il fumetto popolare e di accompagnare molti lettori verso una nuova maturità di lettura.