Timoty Titan, Cavazzano e l’eco di Jacovitti: una scoperta inattesa nella mia bibliofumettoteca
Nel 1994 avevo quasi vent’anni e, come spesso accade, le scoperte più sorprendenti arrivano nei luoghi più improbabili. Ero andato a trovare una mia vecchia zia, una figura devota, di quelle che sembrano vivere in una dimensione sospesa tra rosari e silenzi, con quell’inconfondibile odore di canfora che sapeva più di abitudine che di santità. Sul tavolino del soggiorno, accanto a Famiglia Cristiana, c’era una copia de Il Giornalino. La presi quasi distrattamente, senza aspettarmi nulla, e invece mi trovai davanti a qualcosa che ancora oggi considero una piccola rivelazione.
In copertina c’era un disegno che richiamava in modo evidente il mondo di Benito Jacovitti, uno dei miei autori di riferimento. Eppure, osservandolo meglio, capii subito che non era opera sua. Il tratto era familiare ma diverso, come se quell’universo fosse stato filtrato attraverso un’altra sensibilità. Sfogliai l’albo e compresi: quella copertina introduceva una storia di Timoty Titan, personaggio creato dallo sceneggiatore francese François Corteggiani e disegnato da Giorgio Cavazzano, altro gigante della mia formazione.
Timoty Titan nasce nel fumetto francese degli anni Ottanta e si distingue subito per il suo tono particolare, sospeso tra fantascienza e introspezione. È un ragazzo che vaga nello spazio, ma il suo è soprattutto uno spazio interiore, metafisico, segnato dalla ricerca del padre, uno scienziato inventore scomparso dopo essere stato risucchiato da una macchina da lui stesso costruita. Una premessa narrativa che trasforma l’avventura in un viaggio malinconico, fatto di assenze e domande più che di risposte.
L’approdo in Italia sulle pagine de Il Giornalino inserisce il personaggio in una delle esperienze editoriali più significative del fumetto italiano, quella promossa dalla Congregazione di San Paolo, capace di coinvolgere autori di primissimo piano e di offrire loro uno spazio creativo di grande libertà. Non tutte le storie di Timoty Titan vengono però pubblicate nel nostro Paese, e questa diffusione parziale contribuisce a renderlo, per anni, un oggetto di ricerca e di culto per appassionati e collezionisti.
Ciò che mi colpì davvero, però, fu la natura di quella specifica storia. Non un episodio qualsiasi, ma un omaggio esplicito al mondo di Benito Jacovitti. Nel racconto ambientato sul pianeta Yak, Cavazzano e Corteggiani costruiscono un universo che dialoga apertamente con l’immaginario jacovittiano, evocandone forme e spirito senza imitarlo. Jacovitti non è presente come autore, ma come linguaggio vivo, reinterpretato attraverso il segno elegante e dinamico di Cavazzano.
È qui che avviene qualcosa di raro: l’incontro tra due visioni del fumetto apparentemente lontane. Da una parte il caos creativo, surreale e incontenibile di Jacovitti, dall’altra la costruzione grafica limpida e il ritmo narrativo moderno di Cavazzano. Vedere quei mondi dialogare fu per me un’esperienza quasi vertiginosa, una felicità autentica e inattesa.
Riletto oggi, quell’episodio assume un valore ancora più significativo anche alla luce del lavoro editoriale recente. Negli ultimi anni, infatti, Renoir Edizioni ha pubblicato un omnibus dedicato a Timoty Titan, raccogliendo finalmente l’intero corpus delle storie, comprese molte rimaste a lungo inedite in Italia. Un’operazione fondamentale, che restituisce completezza a un’opera per troppo tempo frammentaria e consente di apprezzare pienamente la ricchezza del personaggio e del lavoro di Corteggiani e Cavazzano.
Nonostante io abbia i due volumi della Renoir, conservo gelosamente ancora quella copia del Giornalino. Eccola.