Tutti quei fumetti che posseggo e che ritengo essere essenziali nella propria biblioteca.Secondo i miei gusti discutibili di vecchio stato giovane negli anni 80

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L'approdo - 2006





Il mio grande amico Nicol, conoscendo la mia passione per la nona arte, decise di farmi un regalo: un volume a fumetti. Non conoscendo però gusti e generi, si affidò a una commessa della Feltrinelli.
Pensavo mi avrebbe proposto un po’ pettone senza capo né piedi, pseudo-intimista e pretenzioso, come certi volumi stampati dalla stessa Feltrinelli nella collana Feltrinelli Graphic Novel; invece la scelta della commessa si rivelò una vera perla dell’arte grafica narrativa: L’Approdo.
L’Approdo di Shaun Tan è uno di quei rari libri che non chiedono di essere letti, ma attraversati. Pubblicato nel 2006, questo romanzo grafico privo di parole si impone come una delle opere più radicali e meditate del fumetto contemporaneo, capace di trasformare un’esperienza storica collettiva – l’emigrazione – in un linguaggio visivo universale. L’assenza di testo non è un vezzo formale né un esercizio di stile: è il cuore stesso dell’operazione narrativa. Tan elimina il linguaggio verbale per far sì che il lettore condivida la condizione del protagonista, costretto a orientarsi in un mondo che non conosce, popolato da segni indecifrabili, usi incomprensibili e codici culturali estranei. In questo silenzio forzato si manifesta la vera voce dell’opera: quella dello spaesamento.

La vicenda segue un uomo che abbandona il proprio paese, oppresso da una minaccia oscura e indefinita, per approdare in una città lontana. Ma ogni riferimento geografico o storico preciso viene sistematicamente eluso. Il mondo d’origine e quello di arrivo non appartengono a nessun luogo reale e, proprio per questo, li evocano tutti. Tan costruisce una geografia dell’altrove che non ha coordinate, perché l’emigrazione, nel suo racconto, non è un fatto circoscritto ma una condizione umana ricorrente. Il viaggio diventa così un archetipo narrativo: una frattura che separa il prima dal dopo, la perdita dalla possibilità, la memoria dalla sopravvivenza.

Il paese di approdo è uno degli elementi più potenti dell’opera. Architetture monumentali e incomprensibili, alfabeti indecifrabili, oggetti dal funzionamento misterioso e creature ibride popolano un ambiente che appare al tempo stesso affascinante e ostile. Non si tratta di semplice world building fantastico, ma di una strategia di straniamento accurata: il lettore, come il protagonista, è privo di chiavi interpretative. Ogni gesto va osservato, ogni oggetto decifrato per tentativi, ogni relazione costruita attraverso l’intuizione. L’Approdo non racconta l’alienazione: la mette in scena e la impone strutturalmente a chi legge.

Nel corso della narrazione, l’incontro con altri immigrati apre brevi finestre sulle loro storie personali. Racconti di fughe, persecuzioni, catastrofi e perdite emergono sotto forma di flashback visivi, privi di parole ma densissimi di significato. Queste micro-narrazioni non interrompono il flusso del racconto: lo arricchiscono di una dimensione corale. L’esperienza individuale del protagonista si dissolve in una memoria collettiva, suggerendo che ogni arrivo è sempre preceduto da una partenza dolorosa. La solidarietà che nasce tra gli stranieri non è retorica, ma necessaria: è l’unico linguaggio condiviso possibile.

Lo stile grafico di Tan contribuisce in modo decisivo alla forza esegetica dell’opera. I disegni richiamano esplicitamente la fotografia d’epoca dell’emigrazione tra Otto e Novecento, con tonalità seppiate, composizioni statiche e un’attenzione quasi documentaria ai volti. Questa scelta produce un cortocircuito visivo: immagini che sembrano appartenere a un archivio storico, ma che raccontano un mondo immaginario. L’Approdo si presenta così come un documento che non esiste, una testimonianza impossibile che riesce tuttavia a dire il vero più di molte cronache.

In un libro privo di parole, gli oggetti assumono un peso semantico decisivo. La valigia, costantemente presente, diventa il deposito fisico dell’identità e della memoria; gli animali fantastici che accompagnano i personaggi svolgono una funzione affettiva e protettiva; i manufatti incomprensibili rappresentano i nuovi codici culturali da apprendere per sopravvivere. Nulla è esplicitamente allegorico, eppure ogni elemento è carico di significato. Tan affida l’interpretazione al lettore, rifiutando ogni didascalismo e costruendo una simbologia aperta, fluida, profondamente umana.

Il finale del libro introduce una dimensione etica che completa il percorso narrativo. La figlia del protagonista, ormai integrata nel nuovo mondo, viene mostrata mentre aiuta un nuovo arrivato. Il cerchio si chiude, ma non con una conclusione rassicurante. L’esperienza dello spaesamento non si cancella: si trasmette. Chi è stato straniero riconosce lo straniero e si fa guida. In questo gesto silenzioso, Tan formula una delle riflessioni più lucide e profonde sull’accoglienza: non come atto istituzionale, ma come responsabilità individuale.

L’Approdo



è un’opera che supera i confini del fumetto inteso come semplice medium narrativo. È un libro che pensa per immagini, che usa il silenzio come strumento critico e l’immaginazione come forma di testimonianza. Nel panorama del graphic novel contemporaneo, rappresenta un punto di riferimento imprescindibile, capace di parlare a lettori di ogni provenienza proprio perché rinuncia a una lingua specifica. È un racconto sull’essere stranieri, ma soprattutto sull’essere umani, e sulla fragile, necessaria possibilità di riconoscersi nell’altro.