All’inizio degli anni Novanta la ACME Comics era molto più di una semplice casa editrice: era un luogo mentale, un punto di riferimento generazionale. Per molti lettori adolescenti di allora – cresciuti parallelamente al fenomeno Dylan Dog – ACME rappresentava l’altra faccia dell’horror a fumetti, quella più sporca, più irregolare, più libera. Nelle edicole finivano nello stesso sacchetto Animal Comic, Rick N. Nosferatu, Mostri, Splatter, insieme a volumi non tematici che sembravano arrivare da un universo editoriale alternativo, lontano dalle logiche rassicuranti della serialità classica. Era un consumo vorace, istintivo, formativo. E proprio da quella stagione nasce l’iniziativa editoriale di cui vale la pena parlare ancora oggi: Splatter Novel.
Nel 1991, nel pieno del periodo più fiorente della casa editrice romana,( na con sede legale a Milano) ACME decide di dare forma libraria a una parte significativa dell’esperienza di Splatter, la rivista che tra il 1989 e il 1991 aveva scosso il fumetto horror italiano con la sua estetica estrema e la sua dichiarata mancanza di compromessi. Pur muovendosi sulla scia del successo di Dylan Dog, Splatter ne aveva sempre rifiutato l’impostazione narrativa e filosofica: niente malinconia, niente indagini consolatorie, ma storie brevi, violente, spesso feroci, figlie dirette dello splatter cinematografico anni Ottanta, della narrativa horror più radicale e di un certo spirito punk applicato al fumetto.
Con Splatter Novel, ACME non si limita a ristampare materiale già noto, ma compie un’operazione più ambiziosa: selezionare, ordinare e valorizzare le prove più autoriali di quell’esperienza, trasformando l’effimero della rivista in oggetto librario. Il primo volume, Primi delitti, porta sulla pagina a fumetti i racconti di Paolo Di Orazio, già pubblicati su Splatter e tratti dall’omonimo libro. Qui l’horror è secco, spietato, privo di ironia. Infanzia, famiglia, pulsioni di morte e violenza quotidiana vengono raccontate senza filtri, con i disegni di Daniele Sordi e Massimo Perrone a rafforzare un senso costante di disagio, attraverso un segno nervoso, a tratti scarno, che rifiuta ogni abbellimento. È lo splatter nella sua forma più pura e letteraria, ancora profondamente ancorato allo spirito degli anni Ottanta.
Il secondo volume, Fiabe scannate, cambia radicalmente tono e dimostra quanto Splatter fosse in realtà un laboratorio narrativo molto più complesso di quanto la sua fama scandalistica lasci intendere. Beppe Ferrandino riscrive le fiabe classiche trasformandole in racconti horror grotteschi, sanguinolenti ma attraversati da un’ironia feroce e intelligente. L’orrore diventa strumento di satira, il macabro convive con il sorriso storto. I disegni di Mauro Salvatori e Marco Soldi, con il loro segno elastico e caricaturale, accentuano questa ambiguità, rendendo il volume uno dei più riusciti e amati dell’intera operazione, capace di divertire senza mai perdere mordente.
Il terzo libro, Segni del male, chiude idealmente il percorso spostando l’asse verso un horror più serio e sociale. I testi di Paolo Aleandri, illustrati da Roberto De Angelis, abbandonano quasi del tutto l’ironia per concentrarsi su temi di emarginazione, alienazione e violenza strutturale. Qui lo splatter non è mai compiaciuto: il sangue è conseguenza, esito inevitabile di un mondo malato. Il segno realistico e controllato di De Angelis contribuisce a rendere queste storie fredde, disturbanti, difficili da dimenticare.
Riletta oggi, l’operazione Splatter Novel appare come uno dei tentativi più lucidi di ACME di dare dignità editoriale a un’esperienza che difficilmente avrebbe potuto sopravvivere intatta nel decennio successivo. In un’epoca in cui il fumetto horror italiano si sarebbe progressivamente normalizzato, questi tre volumi restano la testimonianza di una stagione irripetibile, che ha segnato un’adolescenza e formato uno sguardo. Non semplici raccolte, ma veri e propri documenti culturali di un tempo in cui il fumetto osava essere estremo, scomodo e profondamente libero.

