Quando incontrai Fulvia per la prima volta, non capivo chi fosse, cosa volesse dire né cosa volesse da me. Proprio non riuscivo a decifrarla.
Ero piccolo: amavo Jacovitti e leggevo gli Oscar Mondadori dedicati ai fumetti con Snoopy e B.C., ma Fulvia restava un mistero. La vedevo sulle pagine del Corriere della Sera o de la Repubblica; mi piaceva il supplemento Satyricon, eppure lei continuavo a non comprenderla.
Poi, crescendo e frequentando certi ambienti post-universitari saturi di ego, spocchiosi e pervasi dalla pretesa di essere onniscienti e onnipresenti, mi tornò in mente quella striscia che non avevo capito da bambino. Avevo iniziato a conoscere persone vuote e saccenti che, con il loro abbigliamento e il loro modo di fare, ostentavano un atteggiamento radical chic: è stato allora che ho rincontrato Fulvia.
E finalmente l'ho capita.
Ci sono libri che fanno ridere e libri che raccontano un'epoca. "Tutti da Fulvia sabato sera", scritto da Emanuele Pirella e illustrato da Tullio Pericoli, appartiene a entrambe le categorie. Dietro il tono leggero delle vignette e dei dialoghi si nasconde infatti uno dei più acuti ritratti della borghesia intellettuale italiana degli anni Settanta e Ottanta, un'opera capace di fotografare con ironia un mondo fatto di salotti, dibattiti interminabili, mode culturali e personaggi convinti di possedere sempre la verità.
La serie nacque nella seconda metà degli anni Settanta sulle pagine del Corriere della Sera, dove Pirella e Pericoli iniziarono a pubblicare brevi episodi ambientati nel salotto di una misteriosa padrona di casa: Fulvia. Negli anni successivi il ciclo proseguì anche su la Repubblica, diventando uno degli appuntamenti più apprezzati della satira italiana. (Wikipedia)
Fulvia, in realtà, è quasi un pretesto narrativo. Più che una protagonista è il centro di gravità attorno al quale ruota un'umanità variopinta. Ogni sabato sera il suo appartamento si riempie di scrittori, giornalisti, registi, professori universitari, architetti, critici d'arte, politici, intellettuali, aspiranti intellettuali e artisti alla moda. Tutti parlano, tutti pontificano, tutti cercano di apparire più intelligenti degli altri. Nessuno ascolta veramente chi ha di fronte.
È una satira feroce ma mai volgare. Pirella non prende di mira le idee politiche, bensì il conformismo culturale. Bersaglio delle sue battute sono gli slogan ripetuti senza riflettere, il linguaggio volutamente incomprensibile, il bisogno di citare filosofi e scrittori per sembrare profondi, il narcisismo della sinistra borghese e quella figura destinata a diventare proverbiale: il radical chic, colto soltanto in apparenza, impegnato più nell'apparire che nell'essere.
I disegni di Tullio Pericoli sono il complemento perfetto ai testi. Bastano pochi tratti di penna per caratterizzare un personaggio: un naso pronunciato, una postura affettata, uno sguardo di superiorità o un sorriso compiaciuto. Le figure sembrano caricature di persone reali senza esserlo esplicitamente, diventando archetipi di un'intera classe sociale.
La prima raccolta in volume arrivò nel 1978 con Bompiani, nella collana dei Tascabili Bompiani, con il titolo "Tutti da Fulvia sabato sera". Si trattava di un'edizione in formato economico che raccoglieva le prime vignette pubblicate sul Corriere della Sera. (Wikipedia)
Nel 1987 fu pubblicata da Garzanti una nuova edizione, intitolata semplicemente "Tutti da Fulvia". Non era una semplice ristampa, ma un volume più elegante e di formato maggiore, che ampliava sensibilmente la raccolta includendo anche il materiale apparso negli anni successivi su la Repubblica. È questa l'edizione oggi più ricercata dai collezionisti perché rappresenta la sintesi più completa dell'opera. (Wikipedia)
Nella presentazione del volume Garzanti, Oreste del Buono descrisse con la consueta ironia gli ospiti di Fulvia come «quelli che contano, quelli che credono di contare, quelli che non contano ma fanno finta di contare e quelli che forse hanno contato». Una definizione perfetta, che coglie il senso dell'intera opera: un teatro dell'ego dove il prestigio sociale conta più delle idee e dove la conversazione diventa una gara permanente di esibizionismo culturale.
Ma perché "Tutti da Fulvia" è finito?
La risposta è semplice: perché è scomparso il mondo che raccontava. Negli anni Settanta e Ottanta il salotto borghese era un luogo reale. Scrittori, giornalisti, editori, politici e artisti si incontravano davvero nelle case private per discutere di letteratura, cinema, politica e costume. Era un rito sociale, un laboratorio culturale e, allo stesso tempo, un palcoscenico dove molti recitavano la parte dell'intellettuale impegnato.
Quel mondo oggi non esiste più. La televisione prima e Internet poi hanno svuotato i salotti della loro centralità. Le discussioni non si svolgono più nei soggiorni eleganti dei quartieri bene, ma sui social network, nei talk show, nei podcast e nelle piattaforme digitali.
Eppure il meccanismo raccontato da Pirella è rimasto identico.
Sono cambiati gli strumenti, non le persone. I "falliti saccenti", gli opinionisti improvvisati, gli esperti di tutto, gli intellettuali da salotto e i moralisti permanenti non sono scomparsi: hanno semplicemente sostituito il divano di Fulvia con Facebook, X, Instagram, YouTube o LinkedIn. Il bisogno di mostrarsi colti, di esprimere opinioni su qualsiasi argomento e di ottenere approvazione pubblica è rimasto immutato; è cambiato soltanto il luogo della ra
ppresentazione.
Per questo motivo "Tutti da Fulvia sabato sera" conserva ancora oggi una sorprendente attualità. La satira di Pirella e Pericoli non era diretta contro una generazione, ma contro un atteggiamento umano destinato a ripresentarsi in ogni epoca: l'ostentazione della cultura come forma di prestigio sociale.
A quasi cinquant'anni dalla sua nascita, quest'opera resta una delle testimonianze più intelligenti della satira italiana del secondo Novecento. Non soltanto perché fa sorridere, ma perché racconta con lucidità la trasformazione della società italiana, mostrando come certi ambienti, certi tic e certe vanità non siano mai davvero scomparsi. Hanno soltanto cambiato indirizzo. Il salotto di Fulvia ha chiuso le porte, ma continua a vivere ogni giorno sugli schermi dei nostri smartphone.